28.5.10

Pazza.

Pazza, questo sono. Pazza. Ma non rientro nella categoria delle impazzite per amore, di quelle ce ne sono fin troppe. Non assomiglio neppure a quei pazzi che di notte rovistano nei pattumi alla ricerca di tesori, e che di giorno se ne stanno in piazza, tali e quali a monumenti senza piccioni: di quelli però ce ne sono sempre meno o talmente di più da sembrare di meno, dipende. Io sono pazza sì, ma che pazza sono? Di certo non sono la pazza del paese, dato che non ricordo di essermi mai tagliata la punta delle scarpe per impedire ai calli di farmi male, né di avere spezzato il silenzio della Chiesa sul più bello di un’omelia pasquale. Non sono una pazza del paese, anche perché i pazzi del paese sono delle vere istituzioni, come i preti o i panettieri o i medici condotti, ed ecco, per adesso, non penso ancora di essere un’istituzione.
Non tutti però lo capiscono, che sono pazza. C’è chi mi vede seria, integerrima, granitica nei principi, sempre in ordine, dentro e fuori; chi crede che io non tentenni mai, che non possa deviare o crollare. E invece non piego le mutande dentro i cassetti, brucio il caffè e non so phonarmi i capelli con la spazzola. Anch’io se cado per terra rotolo, anch’io mi faccio programmi e non li rispetto. Per di più sogno - quelle rare ore non insonni - di avere piedi ricurvi, inadatti alle scarpe piatte: è un problema? Poi quando rido mostro tutti i denti, sono pazza?

Grazie a D.

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