9.6.10

Il Courier New si crede suo erede, illuso.

Ho vent’anni e di macchine da scrivere vere ne ho toccate ben poche, se non una. Ci incastravo i fogli e mi sporcavo le mani, o forse erano le mani che finivano a incastrarsi lì dentro. Già, allora l’inchiostro del rullo vantava ancora il suo primato, per me è venuto prima dell’odore della benzina fresca, del muro fresco, della candeggina e di Flower By Kenzo, per me c’era solo l’inchiostro del rullo. Era nero più dell’unto di una bicicletta, magari meno della pece (e chi lo sapeva?), però assomigliava a quello del polipo che papà puliva il venerdì in cucina, nel lavello: cosa se ne faceva un polipo dell’inchiostro, se non sapeva scrivere?
L’inchiostro della macchina da scrivere di casa, grigia e a ditate nere, giocava coi capricci e le fantasie di una bambina. Il suo aroma buono inondava il mobile delle foto, quello sotto, dalle ante storte e i pomelli allentati - sembrava di stare in ufficio da mamma. Lei sì che lavorava con una macchina da scrivere bella, era lunga come la scrivania e poi era elettrica. Eppure la mamma, che scriveva con tutte le dita, guardando il foglio e mai a dove stava battendo - perché nella sua scuola aveva imparato così - non tornava a casa con le mani sporche d’inchiostro. Non sapeva cosa si stava perdendo.
Spingevo le lettere nell’ordine del mio alfabeto, le parole avevano tutte il loro senso, senz’altro il più giusto. Scrivevo come nella sigla della Fletcher, lei sì che era una donna giusta. Lei ora probabilmente saprebbe dirmi dov’è sparita la mia macchina. Non ce l'avranno mica la cara Susi e il caro Paul?

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