19.6.10

Insofferenza

Non è che sto male o bene o benino, è proprio che non so come stare. Ovunque mi metti, io non sto. Non è questione di essere in bilico, né di stanchezza o stasi, d’indecisione o precarietà, sarebbero tutte situazioni ben definibili, mentre adesso una situazione definibile non ce l’ho, ma se domani mattina arrivasse - perché posso pure aspettare fino a domani mattina, basta che non sia invano - mi darebbe sollievo. E se arriva assieme a una granita all’anice ancora meglio. Invece io, che ovunque mi metti non sto, non mi trovo in nessuna situazione. Voi direte: dai, è normale, capita il momento di “vuoto”. Di vuoto? Sarà perché a volte credo che mi manchi l’aria, attorno, credo di essere sotto vuoto, appunto; ma poi mi tocco il respiro ed è tutto regolare, come la crescita dei peli nelle gambe. Allora cos’è? Vuoto interiore? Figurati, sono così piena d’insofferenza che anche nel silenzio ne sento il rumore.
Ecco, forse ci sono, è un problema di luce, di obbiettivo e messa a fuoco, devo smetterla di guardare i dettagli anziché i grandi fasci. E' sempre stato un mio difetto, non ci riesco e non ci riuscirò mai a tralasciare o a sorvolare, a incrociare persone senza vederle. È un problema sì di luce, ma anche di luci, plurale, perché una luce in più non sarebbe mica una cattiva idea; non chiedo grandi cose, non pretendo stelle cadenti, ma solo un bagliore in più, più forte. Non per illuminare, non saprei nemmeno chi/cosa/quando/dove/perché illuminare, ma solo una lucina in più, magari da seguire, da non spegnere mai, neppure la sera, sul comodino. E se invece la mia lucciola ce l’avessi già? Potrebbe essere lontana, io non la vedrei. Potrebbe essere vicina, mi accecherebbe, non la vedrei comunque. Chissà com’è, se è una luce solida o se è sostanza liquida, come l’amore, che subisce i cambiamenti di stato. Che cosa complessa. Se fosse solida di sicuro non mi scapperebbe di mano, quindi sono quasi certa si tratti di materia liquida, la mia lucciola, perché se per caso mi era sembrato di averla afferrata tra le mani, è scivolata via: un olio di candela. Una luce a intermittenza insomma, che va e viene, che non sai neppure quando arriverà, come le nuove estati, che vanno di moda se si fanno aspettare. Uffa, io voglio la mia luce al neon, che con il neon non soffrirebbe di vuoto interiore. Le vendono? Una luce al neon non avrebbe nessuna pretesa, se ne starebbe bene tra le mie mani, senza scivolare via, senza cambiamenti di stato, perché io l’alimenterei “per sempre“, che è sinonimo di “ogni giorno“. La luce al neon, come me e assieme a me, non tralascerebbe, incrocerebbe le persone, non per guardarle, ma per vederle. Voglio una luce al neon, sì, la voglio perfino tossica, così avrei anch’io la mia dipendenza su cui poter sfogare la mia insofferenza, diversa dalle sigarette e senza tette. Esattamente io voglio un tubo al neon, capiamoci. I tubi dove li metti, stanno, li incastri in situazioni definibili e anch’io con un tubo potrei entrare finalmente e una volta per tutte in una posizione, ops situazione, definibile.

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