9.4.11

Pensavo

Ti ricordi ancora quando hai smesso di fumare? Quando eri venuto da me ripetendomi che ce l'avevi fatta e che avevi capito chi essere da grande? Io non ti avevo creduto, ma poi fui obbligata a crederci con te: crescere aumenta il desiderio di fuga.
Me lo avevi ripetuto così a lungo, quella sera, che al risveglio ti avevo accompagnato fino alla stazione. Nella notte, però, nella mia poltiglia celebrale, ero tornata a supporre che ti fossi fissato, che fosse solamente un altro dei tuoi soliti trip. Tu invece non avevi chiuso occhio ed eri ancora più convinto di prima. Ti accompagnai perchè mi faceva piacere, anzi, mi piaceva proprio. Mi divertivo a guardarti guardare ripetutamente il mio orologio, furtivo, zitto; lo portavo di rado, se non solamente in questo genere di cose, circostanze di una certa frequenza, quando eri tu a dover partire: non avrei sopportato di sentirmi chiedere ininterrottamente che ore fossero. Quella volta ci desti almeno una decina d'occhiate, perchè tutte le altre, fui di certo io a non farci caso. Eri sempre stato un tipo ansioso, non lo ammettevi, eppure ti conoscevi abbastanza per rendertene conto. Di persone come te ce n'erano molte. Venivi preso dall'ansia se non si facevano le cose stabilite, finivi col non essere più capace di rompere gli schemi. Per questo ti stavo accompagnando, sapevo bene come funzionasse, appena saresti stato lontano da me, la tua passione per il rischio avrebbe incontrato la paura, quella paura che conosceva perfettamente dove abitavi perchè era la stessa che ti riportava indietro.
Ti avevo salutato senza moniti minacciosi o da pacchetto di sigarette, non sarebbe servito, e mi misi ad aspettare; ti avevo dato due o tre giorni al massimo, poi ti avrei rivisto sulla porta di casa, con le scarpe pulite, tutt'un fremito, tra le gambe la coda. Ti avrei fatto sedere accanto a me nel letto e avremmo ripreso a celebrare la presunta unicità del nostro rapporto, distesi nella nostra bolla biposto, dediti l'uno all'altro. Forse più io a te.

Durante l'attesa mi era capitato di pensare ai dieci anni trascorsi insieme; in realtà mi capitava anche nei giorni qualunque, in bagno, a scuola, in auto, non c'era nessuna differenza; ci si dedica a un legame senza cercare alcuna ricompensa e dieci anni della propria vita volano via in un attimo. Mi faceva effetto. A unirci era l'abitudine, non lo so, una specie di amore silenzioso, paziente, noncurante, non mi aspettavo nulla di più di una spremuta a colazione; per quella, ti perdonavo persino il dentrificio colato sul lavandino e i calzini spaiati, o le cannucce masticate e le penne senza tappo. Era buona la tua spremuta.
Non ero mai stata adatta per l'amore, nè di rendere lunghe certe storie, preferivo appendere i panni, lasciarli asciugare per mesi, le questioni in sospeso mi davano più stabilità, ci pensava il vento a portarsi via tutto, e io ne uscivo senza mani legate. Era facile così, mi guardavo il panorama dall'alto, non scendevo nei sottopassaggi nè mi perdevo nelle retrovie, laddove entrare significa uscirne puzzando da schifo per mesi. Non facevo apposta, mi veniva naturale, non m'impegnavo a non intromettermi, stavo al mio posto, forse subivo.
In più, tendevo a concentrarmi troppo sull'adesso perchè avevo la triste convizione di poter indovinare ciò che sarebbe accaduto, il futuro mi sembrava così noioso. Pertanto evitavo, evitavo il futuro e i suoi progetti. Li lasciavo a te, tu sì che ci sapevi fare, buffone da compagnia, tu il futuro lo leggevi sotto la pianta dei miei piedi. Non sapevo mai fino a che punto giocassi, so però che con te, da subito, avevo avuto la sensazione di respirare aria pulita, e ciò mi bastava. Pensavo ad altre metafore, diverse da quelle del caminetto: con te era come quando ti arriva il profumo dei fiori di pesco, come quando la neve cade e fuori è tutto avvolto nel silenzio. Mi avevi aiutato a essere meno realista, a lasciarmi affidare al flusso della corrente, seppur senza troppi risultati. Pensavo tu mi amassi anche per questo, perchè non ci riuscivo, perchè non ero in grado di esteriorizzare quel qualcosa di rosso e fulgente che mi brillava tutto il giorno nel petto. Mi dicevi che se qualcuno mi guardava dall'esterno, non lo vedeva, nè io facevo nulla perchè lo potessero vedere. Però tu un modo per vederlo lo avevi trovato; eri diventato bravo a cogliere le intuizioni dei momenti in cui ti abbracciavo egoista, solo per me, mentre camminavamo in strade di tranquilla malinconia.

All'inizio era diverso, tu eri diverso. Da me, dico. Mi vantavo di averti conosciuto sotto una stella fioca, in quelle stanze che non avevano ospitato mai nessuno che non fosse lavoro o qualche amico di una sera; sapevano di chiuso, ma io ci stavo bene. Per la gente non ero una tipa incline ad aprire i battenti, me ne stavo spesso in disparte, sigillata nei miei confini poco labili. In verità, per me, chiudere i battenti non vuol dire ritirata, piuttosto bozzolo o metamorfosi; avevo semplicemente smesso di dare confidenza al primo arrivato, non ci trovavo più nulla di bello in questo. Ero stata attenta nel tappare ogni spiffero, proprio perchè non volevo fare entrare dell'altro, porcheria qualunque. Così per anni ero rimasta dentro, sognando di essere un grattacielo organico, di avere il cervello al posto del cuore, l'unico condomino capace di amministrare senza sbavature o indecisioni; ero cemento e rifiniture di metallo, ero occhi come finestrini per guardarmi alle spalle, gambe saldate al pavimento e tubolari metropolitane al posto delle vene, così, dicevo, il sangue si mantiene freddo. Poi sei arrivato tu, mi hai chiesto come mi sentissi e io non avevo saputo rispondere. Allora mi spiegai che il sangue freddo è roba da morti, mi feci ridere. Abbassai la guardia.

Impiegai un pò a decidere se continuare a vederci. Pensavo spesso che se non avessi avuto il dono della parola, saresti stato perfetto. Parlavi tanto, a volte al mio posto, ma dovevo ammettere che in dieci anni in qualcosa eri migliorato, ti misuravi nei toni e iniziavi ad apprezzare il mio silenzio di prima mattina. Pensavo anche che se non avessi avuto il dono della parola, io non ti avrei mai detto quel che ti ho detto in risposta a quello che tu mi dicesti. Detestavo le carinerie. Mi piacevano di più i paragoni, suonavano meno dolci, niente mi poteva andare di traverso; quando ci avevi paragonato a vasi comunicanti, ero rimasta di stucco, perchè era come se lo avessi letto dalla mia mente, copiavi. Tu traducevi in parola ciò che io mi tenevo per me e che riguardava noi due. Eravamo vasi comunicanti che crescevano la stessa pianta, laddove tu ogni tanto ritornavi a esserne il concime, mi facevi stare dritta. E io mi davo della patetica da sola. Non mi spiegavo che uno come te, che da vendere avevi solo la faccia tosta, avesse capito il modo in cui volevo essere trattata. Credevo di aver avuto sempre il debole per i brillanti, i curiosi, gli onnivori, i creativi, i modesti, i colti, invece mi ero innamorata di un logorroico, anonimo, perditempo, disordinato, coccolone.

Dopo dieci anni, l'innamoramento passa. Sono passati tre giorni e qualcosa di più. Ma tu non passi. La pianta ha perso le foglie, non l'annaffiamo, sta iniziando a seccarsi. I battenti cigolano. Ma tu non passi. E io ho voglia di una tua spremuta.

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