6.6.11

E tu? Tu cos'eri?

Ci ho provato tante volte a difenderti. A cercare di vederci qualcosa di buono, a sprecare fiato nel ribadire a tutti che non eri vuoto, infantile, superficiale, vanesio, egoista - perché così il primo venuto era solito dipingerti - ma che conservavi dell’altro, molto altro, e che facevi scorgere a pochi, molto pochi. Eri il regalo che ogni donna aspetta di scartare per una vita intera, e invece io ti avevo già ricevuto, senza rendermene conto, in età precoce o nel momento più sbagliato.

A dirla tutta, ci ho messo un po’ a conoscerti, a centrare il tuo bersaglio più debole, a definirti per bene i contorni. È sempre parecchio difficile tracciarli, tracciarli dritti - senza avere gli strumenti - precisi - senza fare sbavature - per poi, alla fine, ficcarci dentro le persone, inquadrarle come se si potesse applicare la geometria alla realtà, come se si potesse vivere per modelli, grafici e medie. Di sicuro, ci sarebbero variabili ed incognite a sostituire rischi e imprevedibilità. Chissà io che figura sarei - farei - ottusa o acuta? O perché non un bel tondo? Monotono, ripetitivo, di quelli che da qualsiasi angolazione tu li stia guardando, tondi rimangono, uguali. E tu? Tu cos’eri? Forse un poligono regolarissimo, perfetto, bravo ai fornelli e a rimboccare il letto, un poligono dai mille lati, perché eri tutto una sorpresa. Continua. O forse i contorni nemmeno li avevi, anzi, li avevi, ma li cambiavi ogni giorno, aggiungevi pezzi nuovi, mancanti, uno dopo l’altro. Così mi toccava cancellare ciò che avevo appena disegnato e disegnare da capo, con mano più ferma e sicura. Ma il giorno dopo avrei comunque dovuto cancellare ciò che avevo appena disegnato e disegnare da capo, la seconda, la terza, la quarta, la quinta. Oggi saprei disegnarti a memoria.

Sono trascorsi anni, li abbiamo trascorsi insieme, eravamo due bambini con il mondo stretto in pugno, affiatati, escogitavamo storie e ci facevamo grandi. La complicità che ci teneva stretti, era la nostra miglior strategia di gioco, nessuno arrivava a comprenderla e ci guardavano increduli mentre vincevamo sotto i loro i occhi.
In verità, anche noi eravamo mosche travestite da api, soffrivamo dello stesso mimetismo batesiano dei coetanei; più precisamente, noi, a differenza loro, pur compiendo gesti apparentemente identici - perché rituali e quotidiani - non eravamo portati a imitare, piuttosto, noi volevamo essere imitati. Ci piaceva stare in uno sciame affollato poiché, oltre ad essere i più operosi nel fabbricare miele, iniziavamo ad eseguire il processo di distinzione, di superiorità, peccando; ci sentivamo io regina e tu fuco, ci sentivamo i più speciali. Non peccavamo, lo eravamo.

Di norma, precedevo per prima, davanti, di fiore in fiore. Non era galanteria la tua, era che prendevo coraggio se mi stavi alle spalle, se mi seguivi. Lo facevi ad occhi chiusi, ti fidavi della mia voce perché aveva parecchio in capitolo; il mio consiglio andava per la maggiore, eri convinto che per ogni cosa che dicevi, io ne potessi dire sempre qualcuna in più. Ero diventata il tuo unico riferimento, ero il confronto che precedeva qualsiasi tua scelta, ero la panchina dove riposare e il confessionale dei tuoi segreti. E tu? Tu cos’eri? Me lo chiedevano in tanti, io rispondevo che nel nostro rapporto non esisteva malizia, che ci sono persone nate per starsene a braccetto, indipendentemente da uomo, donna, sesso, dimensioni, capelli ed età. Tu per me eri comprensione, eri un orecchio dove urlare e una guancia da far arrossire. Eri come riempire di spensieratezza il pomeriggio più bigio: mi allietavo se eravamo in due a sbadigliare. Passavo a riversarmi addosso i tuoi mali, ad annodarli in fazzoletti e a districarli insieme, perché così avrei pensato meno ai miei. Lo facevo per amore, un amore premuroso, attento, quasi materno, m’impegnavo a risolvere le situazioni in cui ti eri cacciato, cercavamo le soluzioni ai tuoi problemi e pianificavamo la migliore. Con te, tutto il resto svaniva. Mi rimanevi tu, il mio senso di protezione, il mio occhio di riguardo, la mia preferenza. Ero arrivata a prendermi anche le tue parti peggiori, perché mi incantavo a smussarti gli spigoli, ammonirti, riportarti a terra quando azzardavi salire troppo in alto; avevo il timore che ti potessi fare male se fossi partito dimenticando a casa il mio libretto delle istruzioni. Era come se per me non ci fossero divieti: entravo comunque, che la porta fosse aperta o socchiusa, e mi facevo forte del fatto che io sola avrei potuto; a loro, invece, non bastava nemmeno bussare, rimanevano fuori.

Ti avevo tolto gli spazi.

Quando me ne accorsi, stavi già sopportando abbastanza. Capii che avrei dovuto finirla, smettere di volerci essere ad ogni costo, soprattutto in quelle tante cose - tue - che non mi competevano, ma che ho sempre preteso di sapere, esigendo che non mi sfuggisse niente sul tuo conto. Io, sempre, dovevo vederci chiaro. Tu, del resto, mi avevi lasciato fare. Eri troppo buono, ma come avresti potuto dirmi di stare zitta, quando mi dovevi la tua maturità, il tuo senno e il punto esatto in cui ti trovavi? In fondo un po’ mi compativi. Pertanto decisi che non mi sarei più intromessa, promettendo di smettere di immischiarmi solo per il gusto di creare disturbo. Sarei rimasta nel mio recinto, lì, dove tutto mi apparteneva, non avrei continuato a saltare né fossi né steccati, perché mi sarei imbattuta nuovamente in territorio nemico, avrei agito allo scoperto, e allora sarebbe stato come andarsela a cercare. Non avrei più detto la mia a sproposito, ma avrei mandato giù e aspettato te, seduta, le gambe incrociate, le dita un po’ in bocca, il più possibile silenziosa, come una gallina che protegge le sue uova, che cova paziente il suo pulcino. Ti avrei accompagnato senza sgambetti, passi falsi o sorpassi azzardati, ti avrei accompagnato e basta. Ti avrei camminato accanto, lo avrei fatto per un lungo tragitto, fino a quando non mi fossi stancata, se mi fossi stancata, perché, nonostante i diverbi, le incomprensioni e le mie manie, avevo l’intenzione di rimanerti vicino, di ascoltare il tuo fiato salirmi all’altezza del petto. Non avevo paura della solitudine, ma delle sostituzioni; non avrei accettato che qualcuno potesse usare il tuo sguardo al posto mio. E tu? Tu cos’eri? Tu eri cresciuto. Eri cresciuto e non avevi più bisogno di me.


Non sarò la tua ombra, ma solo un braccio ad incastro, una spalla come appoggio, una mano da stringere, una carezza da dare. Lascia che ti accompagni, ti prego, ovunque tu voglia arrivare.

4 commenti:

  1. "Lascia che ti accompagni, ti prego, ovunque tu voglia arrivare". Qui sì che c'è amore incondizionato... Bello, mi fa volare...
    Nera Colomba

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  2. Tutto ciò mi è fin troppo familiare......però è emozionante leggerla in questo modo..'Non avevo paura della solitudine, ma delle sostituzioni; non avrei accettato che qualcuno potesse usare il tuo sguardo al posto mio.'
    Ta copine parisienne ;-)

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  3. E' un'incredibile storia d'amore...una vera dichiarazione d'amore...un'emozione fortissima...

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