11.7.11

Avanti il prossimo

Erano trascorsi appena due inverni da quando aveva pronunciato il mio nome e io non mi ero voltata. Avevo avuto il presentimento che, se lo avessi fatto di nuovo, non sarei più riuscita a liberarmi da ciò che stavo continuando ad amare, da ciò che forse stavo amando - per finta - solo perché qualcuno me lo aveva lasciato credere - per davvero. In breve tempo, sarei ritornata a convincermi che la nostra corda, quella che ci teneva uniti, poi stritolati, fosse stata inventata apposta per noi, per non spezzarsi mai: avrei proseguito con l’inciamparci ancora e all’infinito, certa che, senza di lui, non sarei stata che niente.

Non mi ero voltata. Due giorni sarebbero bastati per gettarmi alle spalle una vita e riprendere in mano ciò che avevo abbandonato a metà. Io stessa ero tutta una metà, poiché l’altra era sempre stata lui. Ma ho capito tardi che non era affatto quella dolce, piuttosto, si trattava di narcotico: al primo morso entrai nel torpore, al secondo, me ne innamorai, al terzo, non mi sarei più voluta nutrire d’altro. Così iniziai a percepire una realtà offuscata, come se intorno a me non ci fosse nessuno all’infuori di lui. La sua esistenza sarebbe da lì a poco sconfinata nella mia e io ne sarei rimasta completamente travolta. Il fiume di amore in potenza che conservavo fermo e stagnante da anni, aveva di colpo straripato gli argini della mia logica fredda: mi sembrava di respirare a pieni polmoni, eppure stavo affogando in un’ondata di dipendenza affettiva. Quando lo intuii, avevo già dimenticato cosa significasse possedere un cuore puro.

Ero una ragazzina dalla bocca imbronciata con il debole per gli uomini. Collezionavo una sfilza di relazioni passeggere e vantavo conoscenze di secondo livello, ma non avevo avuto nulla che potesse essere definito storia, forse perché ogni volta cercavo di evitarlo. Ci provavo gusto nell’apparire sfuggevole, poco malleabile, spavalda; senza troppa fatica, mi ero costruita la mia nomea e il mio harem, e ci stavo benissimo. Ero munita di bambolotti idonei a qualsiasi evenienza, avevo ridotto i miei coetanei in miniature e li avevo posizionati sul comodino, tali e quali a abat-jour. Li accendevo non appena l’umore azzardava a scendere sotto la soglia di sicurezza. Pericolosamente. Ma il sesso amichevole, nonostante mi avesse donato invulnerabilità e calore, si rivelò del tutto vano, non era altro che la tacita ricerca di un conforto: ero più sola di tutti i miei personali giocattoli animati.
Lui mi raggiunse nel pieno di quegli scambi di piacere, quando mi consideravo un’esperta in termini di effusioni e usavo il fisico in modo estremo. Mi raccolse e mi rimise a nuovo, in piedi. Impiegò più di un pomeriggio a ripulirmi dalle macchie più scure. Provai una sensazione di solletico, nessun fastidio. Di strato in strato, grattò via le ombre dei miei errori, quasi a volermi premunire, quasi a volersi prendere cura di ciò che sognavo da bambina. Smisi di avere il broncio. Lo fece con una simile minuzia, gentile e ricurvo, che intesi subito che quegli errori, i miei, probabilmente li aveva compiuti anche lui, gli stessi, solo dodici anni prima.

Faceva l’architetto e aveva viscere imbrattate di passione. Un po’ tutti lo conoscevano, sebbene abitasse in periferia - per scelta, più che per comodità. C’era persino chi avrebbe pagato per essere come lui. Anch’io. Invidiavo il suo cervello algoritmico che gli permetteva di trovare soluzioni corrette davanti a qualunque difficoltà; non avevo mai conosciuto quel genere di prontezza nelle risposte, non sgarrava, non fuoriusciva dai contorni. Tuttavia, se lo avesse fatto, non me ne sarei neppure accorta. Da cinica, ubriaca e noiosa, stavo per fare la fine di tutte coloro che si riscoprono romantiche: annullarmi. Ciò che ai comuni mortali sarebbe parso come probabile, io lo scambiavo per vero. Mi fidavo ciecamente di lui. Era in grado di cogliere tutto quello che mi sfuggiva, ancor prima che io stessa riuscissi a capirlo. In più, possedeva l’inspiegabile capacità di regalarmi tranquillità in grandi porzioni. Percepivo le sue idee come incrollabili principi da seguire, erano musica al pianoforte, le ascoltavo per intero, ammutolita. Prendevo appunti con gli occhi e annuivo.
Capitava, poi, che facessi i capricci, chiedendogli continuamente di disegnarmi il nostro nido: così disegnava il nostro loft, ma non era soltanto il nostro loft, era anche - e soprattutto - il modo in cui lo avremmo abitato. Ci eravamo promessi eternità. Ci credevo. Per me, lui, aveva sostituito il cioccolato, era diventato la mia indispensabile dose di endorfina quotidiana. Non ero più sola. Vivevo sul palmo della sua mano e bevevo da dove lui beveva, perché così avevo la percezione di sorgeggiare maggior felicità. Sarei stata felice per tutta la vita.

Non so chi me lo avesse mandato, ma era il regalo che ognuno spera di vedersi arrivare allo sbocciare di ogni primavera. Nel mio caso, fu un regalo che pagai a caro prezzo, cessando quindi di essere tale. Eppure ero convinta che dietro alla sua maschera di bugie, tra le sue mani troppo curate, qualcosa di buono ci fosse. Mi aveva insegnato a sentirmi, ad ascoltare i miei bisogni, a comportarmi senza adattarmi agli atri, zittendo l’esterno e i suoi mormorii. Mi aveva addestrato a dare alle nuvole la forma che volevo, o meglio, che lui voleva, giocando a manipolare il mio DNA per rendermi sua immagine e somiglianza. Mi ero lasciata imprigionare dalle sue ciglia, perché erano lunghe come sbarre. Mi ero fermata, avevo perso l’appetito, la curiosità di scoprire cosa esistesse oltre a lui. Pensavo che, al di là, non potessi trovare nulla di più perfetto. Oggi, però, dove andasse il nostro legame nessuno può dirlo. Sono sicura fosse un mondo insicuro e instabile, a cui non avremmo potuto dare un nome; un mondo in cui l’unica cosa che si potesse dire, è che piaceva a lui. Avevo avuto finalmente una storia che potevo definire storia, peccato solo che fosse venuta fuori male.

Avevo sentito dire che guardando le persone riposare è come se potessi leggere ciò che di loro resta inaccessibile agli altri. Quella sera il cielo era grigio plastilina, con un po’ di rosa imbarazzo, di verde menta, di giallo latte cagliato, e lui mi stava dormendo addosso. Lo faceva spesso, ma non l’avevo mai osservato a sufficienza. Era fragile, trasparente come una quercia di cristallo. Mi ero invaghita di un uomo che nemmeno mi attraeva, di un improvvisatore di scuse, di un geloso travestito da angelo. Mi accorsi che si era sfilato le ali. O non le aveva mai avute. Lo svegliai, gli parlai come avevo sempre fatto, lui mi fissava sotto ipnosi; gli feci domande trabocchetto su quello che gli stavo dicendo, per vedere se mi stesse ascoltando, ma balbettava e fumava il filtro della sua sigaretta: non era innamorato di me, né affascinato dalle mie belle parole. Soffriva di un male tutto mentale. E io, io gli avevo intravisto il suo segreto.

Avanti il prossimo.

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