31.1.13

Bicicletta

Abbiamo pedalato tanto io e te. Abbiamo pedalato per Estati intere, fermandoci a respirare il mare, ubriache di ciò pensavamo essere salsedine, invece era felicità. Quella che si tocca con un dito al cielo e che nel cielo lascia la scia. Praticamente lassù abbiamo disegnato una mappa. Ma il tesoro ce lo siamo tenute per noi.
Avevamo due biciclette speciali io e te. Non importava se fossero rubate, in prestito o in affitto, andavano avanti e questo ci bastava. Saremmo state capaci di farle funzionare anche da bucate. Noi due insieme pedalavano così veloci da diventare volubili, aeree, fatte d'aria. E lo sanno tutti che l'aria non si afferra. Ti schiaffeggia, ti spinge, ti scompiglia i capelli fino a farti i nodi tra i pensieri. Poi se provi a mangiarla, non riesci. Eravamo aria - aria strana e inaff(id)(err)abile: non avremo più viaggiato controvento. Noi due insieme pedalavamo così veloci. Le nostre ruote giravano fino a essere come quelle girandole che si costruiscono ai bambini per spiegare i concetti dell'ottica e dei colori del visibile. Se quella girandola veniva fatta ruotare veloce, come veloce andavano io e te, si sarebbe visto bianco, tutto bianco. Pedalavamo più forte del mondo o forse eravamo noi a farlo ruotare. Pedalavamo così veloci da fare a gara con il sole e con la luce. Vincevamo. Il mondo le ruote bianche nemmeno le vedeva, vedeva solo le scintille lungo la scia: si spegnevano come miniature pirotecniche alle nostre spalle. Erano un po' come le molliche di Pollicino, ma psichedeliche, lampeggianti a breve termine. Sparivano/mo.

Sparivamo continuando a pedalare. O se non pedalavamo era per rifornirci di gelato e di caffè. Di caffè soprattutto, da sorseggiare sui balconi di ogni casa, sopra i tetti, sui gradini delle piazze che assomigliavano ad arene. A noi piaceva non essere viste tanto quanto ci piaceva guardare gli altri. Scrutare la quotidianità altrui per crearci una nostra quotidianità. Ci creavamo amicizie immaginarie, ci facevamo amici i volti. Riconoscevamo quelli che un tempo erano stati marmo e che ora sono pongo in mano alla vecchiaia. Sarebbe successo anche a noi. Allora combattevamo gli anni travestendoci: i balli in maschera erano un altro bel modo per sparire.

Pedalavamo persino mentre infilavamo i piedi nella sabbia calda; il calore ci saliva per le gambe, toccava il cuore e arrivava in gola. Potevamo sputare fuoco e accenderci una sigaretta dalla bocca talmente eravamo accese dentro. Due saltimbanchi nelle piazze che assomigliavano ad arene. Sai, mi è salito tutto adesso, il calore. Brucia. Vorrei girare gli occhi in questo tavolo e trovarti seduta lì. Saperti lì. Capace di psicanalizzarmi più di mia madre. Tu che, come una maga ambulante, negli ingredienti del gelato e nel fondo del caffè ci scorgevi il mio futuro. Guarda caso era sempre in pendant con il tuo che era sempre in pendant con la tavolozza di fantasie che ti portavi addosso che era sempre in pendant con la tua chioma. Non te l'ho mai detto, ma per me sei una di quelle persone che in vecchiaia non avrà più bisogno di tingersi. Perché il tuo volto - un tempo marmo e domani di rughe di pongo - avrà già tanto da raccontare.
Vorrei girare gli occhi in questo tavolo per vederti ridere di quella leggerezza che durava una sera e che avresti rimpianto per la settimana a venire. Anch'io ero nella tua leggerezza, quanto mi facevi girare la testa tu nessuno. Girare gli occhi e vederti stare bene, come avevi sperato per la settimana a precedere. Vorrei parlare, rovesciarti il portacenere, sorseggiare vino buono prima di dormire. Vorrei ficcarmi sotto il tuo piumone non pulito, parlare e parlare coi cuscini. Perché sono ancora convinta che i tuoi cuscini - così tanti da poter dar ciascuno un nome - ci sussurrassero nel sonno, a consigliarci i sogni.

Ma la bicicletta l'abbiamo chiusa?

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