3.5.13

Lo sconosciuto

Me ne stavo con uno sconosciuto a bordo di un aereo e ci stavo persino dormendo addosso. Era solo venerdì quando ci parlammo per la prima volta, al caffè letterario di Piazza Ludovico. Aveva i baffi. E, se avessero alzato di poco la luce, probabilmente qualcuno ne avrei avuto anch'io. Avevamo fatto l'amore guardandoci per tutto il pomeriggio. Poi, il mattino dopo, l'amore l'avevamo fatto davvero. Prima che si potesse accorgersi della mia ricrescita dall'ultima ceretta, avevo già prenotato il volo. Sbarcai dall'altra parte del mondo. Con lo sconosciuto. Non ebbi paura, seppur consapevole di non essere mai stata brava a improvvisare parole, a celare gli imbarazzi o a raccontarmi a mente nuda. In verità, non ero mai stata brava con gli uomini. Ma lui, lui sembrava sapesse ridere delle mie stesse cose. Avremmo potuto starcene avviluppati nel sonno per ore, schiena contro schiena, intenti a far del nostro amore una capanna. Perché la capanna c'era, lì, reale, sulla spiaggia, con le lampadine colorate appese a un filo svolazzante, il mare nero sullo sfondo e le stelle sopra il tetto a spiare le mie voglie. In quel gioco di luci e ombre avevo imparato a memoria la mappa del suo corpo - non c'era oceano più invitante - mi piacevano i suoi nei, il suo incavo del collo - mi ci tuffavo dentro. Felice. Ci siamo sposati così, coi piedi nella sabbia, a Chennai, in India, davanti a Padre Lawrence. Lo sconosciuto, oggi, è ancora mio marito.

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