24.6.13

Ologramma

Gli uomini sarebbero più felici se ci si potesse ologrammare. Non dico per un lungo lasso di tempo, perché forse basterebbe anche un solo semplice e dolce minuto, lo stampo di un bacio, un sussurro nell'orecchio, una tirata di piedi, un formicolio sulla pancia. In veste di ologrammi si diventerebbe come fantasmi, senza nessun precedente bisogno di morire; fantasmi opalescenti, di una lattiginosa trasparenza visibile soltanto agli occhi degli amanti. Si passerebbe attraverso i muri, le porte, le stanze, ma non si farebbero cadere né quadri né quisquilie. Si potrebbe camminare coi piedi sul soffitto, come sognavamo da bambini, quando provavamo a pestare il cielo, cimentandoci in mirabolanti capriole sul divano. Avremmo potuto romperci il collo, invece ora, con l'ologramma, potremmo persino volare. Leggiadri, puri, liberati dalla materialità dei nostri corpi e tornati ad essere spiritelli, spiritelli buoni. Non ci si potrebbe abbracciare, però si potrebbe alitare sul collo dell'altro: qualcosa di caldo a ricordargli che esisti, qualcosa di freddo per presagire una brutta notizia. Gli ologrammi accorcerebbero così qualsiasi distanza o mancanza. Allieterebbero i momenti bui, colmerebbero i vuoti. Coloro che si amano da lontano riuscirebbero finalmente a condividere degli istanti nuovi, senza dover finire, ogni volta, a rimembrare i vecchi, cibi surgelati che scongeli e ricongeli quando sei indeciso sulla cena. Se ci si potesse ologrammare, gli uomini sarebbero più felici. E io ora sarei lì, affacciata alla tua finestra più grande, con te appoggiato in bilico sul davanzale. Staremmo guardando il mondo da sopra la sua testa, felici. Tu vero e io ologramma. Giusto il tempo di una sigaretta.

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