26.6.13

Vaso

Ogni volta che andavo a farle visita, mi sembrava essersi rimpicciolita di una spanna. Poi di un’altra. Poi di un’altra ancora. Era diventata uno scricciolo. Qualunque suo movimento avrebbe fatto scricchiolare le sue ossa, o almeno, quelle che le erano rimaste. Perché molte si erano sbriciolate già da tempo - friabili come biscotti per il tè - e depositate nel fondo del suo corpo ricurvo: un albero dalla chioma di pensieri troppo gravi per un tronco così flebile e sottile. Era diventata uno scricciolo nodoso, un mobile vecchio, che i tarli si stavano portando via. Ma le bavelle di luce che scorgevo tra le pieghe del suo volto, conservavano il ricordo della sua maestosa bellezza.

Ogni volta che andavo a farle visita, desideravo poterla raccogliere, stringerla prima piano poi forte e riempire le pieghe del suo volto di baci, colmandole di tutto l’amore che negli anni lei stessa mi aveva dato. Baci siliconati, baci di colla, per tenere saldi i pezzi traballanti di un vaso prezioso, un vaso di ceramica antica che qualcuno ruppe ancor prima di vedermi nascere e che nessuno riuscì mai a riparare. Ci avevano provato in tanti, eppure i cocci sembravano non volessero più combaciare tra loro: qualche minuscola scaglia se n’era andata per sempre, volandosene altrove, nel luogo in cui i vasi sono fatti di nuvole e sono così grandi da poter contenere l’intera umanità. Quando sono nata avevo trovato in quel vaso riassemblato alla meglio, un terreno morbido, ricco di tesori e di storie da ascoltare. Non mi fece mai mancare nulla e io finii col sentirmi il fiore più incantevole di tutto il giardino.

Le ultime volte che andai a farle visita, smise di farmi i complimenti. Del resto non c’era stato giorno in cui non mi avesse paragonata alla dama di un bel quadro. Ora spettava a me trovare le giuste parole, rassicuranti, sicure, che zittissero i suoi tarli, almeno per un po’. Avrei voluto poterla guarire, donandole nuovo calore, una sensazione che lei e la sua pelle sembravano aver dimenticato. “Ho freddo dentro” mi ripeteva, me lo ripeteva di continuo, con ossessione, con gli occhi smarriti di chi guarda ma non vede: “Ho freddo dentro, tu mi credi?”. Come potevo fare altrimenti, come avrei potuto non crederle. Scricciolo scricchiolante. Vaso rotto, riassemblato alla meglio, con le scagliette volate via e gli spifferi tra un coccio e l’altro. Avrei voluto strapparla da quel male, se solo fossi stata capace. “Ho freddo dentro” e più lo ripeteva, più il mio sangue raggelava assieme al suo. Tremava, le tremavano le gambe, le mani, il cuore, e il tremore era così forte che le mie braccia, sole, non bastavano a fermarlo. Mi chiedo ancora quale melodia si potesse percepire intorno a noi, con tutti quei singhiozzi spezzati, quei sibili, quei sospiri, quei brividi di dolore, di fatica. Il suo freddo era paura, paura di morire. E se morì prima di me, fu perché avrei dovuto proseguire al suo posto, essere io stessa il vaso di qualcun altro. Così come lei e solo lei mi ha insegnato.

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