6.7.13

Cilindro

Ciao,

Ti scrivo perché è l'unico modo che oggi possiedo per abbracciarti. Non ti nego che ho incontrato non poche difficoltà nell'incominciare questa lettera, poiché indecisa nell’utilizzare un incipit a sorpresa, più enfasi, più slancio; una bella frase effettata, di quelle che mi escono parecchio bene, coriandolosa il giusto per darti il benvenuto alla mia festa, per farti sentire fin da subito l'invitato speciale, il protagonista nella giostra delle mie parole. Ma poi ho preferito scegliere un inciso pacato, limpido, se non scontato agli occhi di molti, ma che racchiude il senso originario e finale del nostro rapporto: ti scrivo perché è l'unico modo che oggi possiedo per abbracciarti.

Prima non ci avevo mai pensato e vorrei che ora ci pensassi anche tu, qui con me, per darmi conferma di ciò che sto per dire: noi siamo definibili e definiti all'interno di un abbraccio. Noi siamo abbraccio. Nulla di più, nulla di meno. Quando ci stringiamo, intorno a noi si innalzano le pareti trasparenti di un cilindro. L'impronta di un cerchio rimane impressa per qualche minuto nell'erba del parco, come se quelle stesse pareti fossero state piantate al suolo o provenissero dal cuore della Terra, là dove il battito è la somma dei battiti di uomini e animali. Pareti trasparenti, ma di una trasparenza che non appartiene né al vetro, né al ghiaccio, piuttosto a uno spray, a una lacca. Io lo so cos'è, è il tuo profumo: si miscela al mio e si scompone in particelle collose tra loro, insolubili e resistenti. Tanto resistenti da costruire un cilindro trasparente che parte da sotto e raggiunge la cupola del cielo, nel caso esistesse. Perché noi dal parco non possiamo scorgerla, noi dal parco non scorgiamo nessuna fine. È così alto il nostro cilindro, è così forte il nostro abbraccio. Però, se provi ad accarezzare le sue pareti con la punta delle dita, una scia di particelle si arcobalena in un lampo, che come un lampo sparisce, ricomponendosi, silenziosa. Eppure noi siamo lì, stretti, ben visibili in un cilindro invisibile, coi profumi che fanno l'amore, lasciando le loro tracce sull'erba. Solo chi riuscirà a calcolare la circonferenza del nostro abbraccio, quindi la radice quadrata dei nostri gomiti, la potenza dei nostri sguardi e la curva di funzione formatasi all'incrocio delle nostre teste, allora riuscirà realmente a definirci. E avrà voglia a sua volta di abbracciarci.

Tu mi hai sempre abbracciato tanto, senza chiedermelo e senza che io te lo chiedessi. Sei la persona che ho abbracciato di più in assoluto, non occorre fare la conta. Ci siamo sempre abbracciati tanto e in quel sempre non riesco a ritrovarci un inizio. Mi fa sorridere che io non ricorda la primissima volta che ti ho parlato. È una cosa brutta? Perché io davvero non lo ricordo, non ricordo quel momento, ma solamente i successivi e anche un po' vaghi. Non è una cosa brutta, credo. Forse significa che ci conosciamo da sempre o da mai e che tra il sempre e il mai non ci sono altri avverbi o se ci sono, sono derivati da un tempo scandito dagli abbracci. Allora valgono gli abbracciatamente, gli abbracianto, gli abbracciove, gli abbracciossia, gli abbracciachè. Gli abbracci tuoi, puntuali. Ti prometto che sarò più puntuale anch'io nello spedirti le mie lettere. Che ho capito quanto tu ne abbia bisogno, cioè, ne abbiamo bisogno entrambi.

Un abbraccio,
A presto.

Nessun commento:

Posta un commento